La mia visione di Shakyamuni: questo è il sottotitolo del libro sulla vita del Budda che Esperia pubblica a venticinque anni dalla sua precedente uscita in Italia, primo di una trilogia firmata da Daisaku Ikeda e dedicata alla storia del Buddismo dalla sua nascita fino alla diffusione in Cina.

A metà tra un saggio e un racconto, è stato uno dei primi testi di Ikeda che ho letto poco dopo aver incontrato questo Buddismo. Ricordo che mi piacque molto, e non solo perché a tratti mi riportava in quella profondità dell'India che mi aveva affascinato leggendo Siddharta di Herman Hesse. Un secondo motivo l'ho riscoperto ora, dichiarato dallo stesso autore nell'introduzione: la stesura di questo libro è frutto di uno spirito ingenuo, curioso e insieme audace. Per oltrepassare la barriera del tempo e avvicinare l'uomo Shakyamuni, Daisaku Ikeda dice infatti di aver utilizzato gli stessi strumenti usati per capire un altro essere umano, cioè di essere passato attraverso la propria identità di essere umano. «Il mio ritratto di Shakyamuni, invece di essere tracciato rigorosamente secondo le fonti, è fortemente influenzato dall'immagine che mi sono formato nella mente di lui come un leader di un'organizzazione religiosa. [Da questo punto di vista] è meno importante ricostruire le parole e gli atti del Budda Shakyamuni come personaggio storico che non scoprire la natura del Dharma cui egli si risvegliò e domandarsi se e come altre persone possono ottenere la stessa condizione».

Un approccio che non ha impedito all'autore di ripercorrere le tappe principali della vita del Budda ricostruite in base alle fonti note e di descrivere le condizioni politiche e sociali nelle quali si svolsero, ma che gli ha consentito di sottolineare ogni volta aspetti delle esperienze del Budda capaci di parlare alla nostra realtà. «Quando rivolgiamo la nostra attenzione alla vita e all'epoca di Shakyamuni, non lo facciamo semplicemente perché desideriamo saperne di più sugli eventi del passato, ma perché siamo preoccupati per i bisogni del presente» (p. 39).

Visto il poco spazio, citerò solo un esempio di questo approccio: due casi messi in evidenza da Ikeda in cui pilastri del pensiero tradizionale buddista riaffiorano in un concetto moderno a noi molto vicino, la "rivoluzione umana". A proposito della Via di mezzo, che poco prima dell'Illuminazione Shakyamuni scopre essere la strada corretta che rifiuta gli estremi dell'ascetismo e dell'edonismo, Ikeda annota: «Anche negare radicalmente l'io, l'ego, è un atto estremo, [ma] l'ideale della negazione del sé deriva spesso da una motivazione pura ed è un concetto che qualunque cercatore della verità deve a un certopunto affrontare. La rivoluzione umana, con il suo approccio alla vita buddista fondamentalmente laico e più peculiarmente moderno, è un processo in cui si sfida e si affronta la realtà aspra dell'io» (p. 56).

E poi, parlando del lascito di Shakyamuni all'Ordine poco prima della morte, in cui incoraggiava i suoi seguaci a prendere il proprio io come rifugio aggrappandosi alla Legge come a un'isola, sottolinea: «Nel Buddismo non si cerca la dipendenza dagli altri, e non si aspetta aiuto dagli altri. L'individuo deve costruirsi una solida comprensione, luminosa e chiara come uno specchio, e proseguire il cammino accompagnato esclusivamente da quella comprensione. La Legge è la base su cui costruire un io di questo tipo, e la Legge non esiste al di fuori dell'io [...]; all'individuo non resta che divenire consapevole di questa verità e manifestare il Dharma che vi è contenuto. In altre parole, l'io presente mutevole si trasforma nell'io che è in perfetta armonia con la Legge. Questo umanesimo, che si può anche chiamare rivoluzione umana, costituisce la vera essenza del Buddismo» (p. 145-7).

(L'edizione italiana proviene dall'edizione inglese rielaborata da Burton Watson a partire da un lavoro in giapponese sotto forma di dialogo.

In fondo al testo si trova un ricco glossario, con le parole in sanscrito e i nomi dei personaggi citati).