Ero felice di poter parlare di questo bel libro, frutto di un dialogo ininterrotto tra il maestro Daisaku Ikeda e due mostri sacri del jazz moderno, Herbie Hancock e Wayne Shorter; la scorsa settimana però è morto Edoardo, il fratello di soli cinquant'anni di mia moglie, a cui ero molto legato, una morte improvvisa, un dolore sordo, i riferimenti abituali che si sbriciolano, l'organizzazione consueta che deve modificarsi e un articolo che sento di non poter più scrivere.

Dopo qualche giorno riapro il libro a p. 115 e leggo il presidente Ikeda che scrive: «Il Buddismo insegna la non dualità di vita e morte e la continuità della vita attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro. Nichiren dice: "Attraverso il ciclo di nascita e morte si percorre la propria strada sulla terra della natura del Dharma, o Illuminazione, che è intrinseca in noi" (Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 111, 46). Toda, quando parlava della morte, utilizzava spesso una metafora facilmente comprensibile, quella del sonno. [...] Spiegava che ci svegliamo alla mattina, ci impegniamo nel lavoro quotidiano e, dopo una notte di sonno, ci svegliamo nuovamente, riposati e ristorati, in modo da poter tornare al lavoro. Allo stesso modo, diceva, la morte è un intervallo che ci permette di recuperare la nostra energia vitale e la gioventù, grazie alle quali possiamo rinascere».

Poche righe dopo Wayne Shorter racconta la sua esperienza: «Ho sperimentato due tragedie personali: perdere mia moglie e perdere mia figlia, Iska, che morì all'età di quattordici anni. Dopo ogni tragedia, le persone che osservavano il mio comportamento allegro e le mie risate irreprimibili, mi chiedevano: "Ma come puoi ridere? Quant'è passato da quando se n'è andata? Come puoi divertirti così?". In quei casi iniziavo a raccontare del Buddismo. Spiegavo che avevo una potente volontà di vivere e di essere la persona più felice del mondo. Che mi sentivo veramente bene e che dovevo questo alla pratica del Buddismo e all'incontro con un maestro meraviglioso».

Era chiaro a quel punto cosa dovessi fare, impegnarmi a scrivere la migliore recensione possibile del libro.

Da quando ho parlato del Buddismo di Nichiren Daishonin a mia moglie ho avuto il forte desiderio che estinguesse la sua grande sofferenza nata dalla perdita della mamma quando aveva solo vent'anni; Giorgia e suo padre hanno ricevuto il Gohonzon nel 2010 e una grande trasformazione, in modo graduale ma profondissimo, ha travolto gioiosamente le loro vite. Oggi di fronte a questa nuova grande tragedia mi sono chiesto: «Come posso fare ora? Questa cosa è troppo pesante da superare...», poi ho pensato che tutto il Daimoku recitato in questi anni è servito a prepararci a questo momento.

La vita di Edoardo non è stata affatto semplice, ma il sorriso non lo perdeva mai, era puro in ogni istante. Il presidente Ikeda a p. 71 scrive: «Una vita vissuta in completa sincerità manifesta la bellezza. I nostri cuori sono commossi da ciò in cui le persone hanno riversato la loro anima. Il monte Fuji, che ho ammirato con voi nel passato, è costantemente battuto da venti molto forti. Lo stesso è vero per una vita completamente dedita alla creatività. Toda soleva dire del monte Fuji: "Guarda quella vetta pura e nobile! È così maestosa e sublime perché non smette mai di lottare, nemmeno per un momento"».

Mia moglie è un'artista, questo incoraggiamento la aiuterà.

Molto spesso vediamo gli artisti famosi come semidei che hanno poco in comune con gli altri esseri umani; nel libro questo concetto viene del tutto ribaltato e ci si sofferma a più riprese sulla caratteristica principale di ogni essere che è l'umanità, come scrive a p. 61 Herbie Hancock: «Ricordo sempre a me stesso che, sebbene suoni uno strumento e mi esibisca per il pubblico, sono prima di tutto un essere umano e solo in secondo luogo un musicista [...]. Prima di incontrare il Buddismo non mi sentivo in questo modo. Prima, tuttoriguardava la mia esibizione come musicista. Ora invece riguarda la mia esibizione come essere umano. Credo che un esecutore dovrebbe chiedersi: "Qual è il vero messaggio del jazz, e come posso esprimere al meglio ciò in cui credo veramente?". Penso che il vero messaggio del jazz non riguardi la musica di per sé, ma lo spirito umano». Wayne Shorter prosegue: «Sono d'accordo. Ora mi preparo a salire sul palcoscenico recitando Nam-myoho-renge-kyo. Mi dico sempre: "Non prendere niente per scontato. Non prendere questa preghiera per scontata. Non prendere il pubblico per scontato. Quando vai sul palcoscenico fai molto di più che suonare musica, e quell'evento è più che un concerto"». 

Ognuno di noi è profondamente diverso nelle sue caratteristiche di base, ci sono persone che sono spesso in contatto con le proprie emozioni, il proprio sé autentico, altre che fanno una fatica incredibile ad aprire il proprio cuore, tuttavia la pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin corre sempre in aiuto di qualsiasi persona. Ecco a p. 25 Herbie Hancock: «Nella vita come nel jazz non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo le capacità di reagire a qualsiasi cosa succeda in modo che fiorisca come avviene in primavera e diventi parte del tessuto della creatività». Continua Wayne Shorter: «Gli individui devono rendersi conto che sono loro stessi in grado di creare e che i vasti, illimitati potenziali della creatività e della responsabilità che ne deriva vanno di pari passo con la disciplina. È d'obbligo per tutti noi, come individui, impegnarci per diventare dei leader in questo processo di libertà e struttura, creatività e disciplina».